Ci sono anni che arrivano in punta di piedi e altri che si presentano con il peso delle attese, delle ferite, delle domande irrisolte. Il 2026 si affaccia così: non come una promessa facile, ma come un invito consapevole. Un invito all’impegno.
Un impegno che, almeno, sia verso la gentilezza.
Non una gentilezza di facciata, fatta di sorrisi automatici o di parole di circostanza. Ma una gentilezza profonda, concreta, capace di resistere anche quando la vita si fa aspra, quando le relazioni si tendono, quando la stanchezza prende il sopravvento.
Essere gentili davanti alle strutture dure dell’esistenza non è semplice.
Non lo è quando ci sentiamo feriti.
Non lo è quando siamo sotto pressione.
Non lo è quando il mondo sembra chiederci di essere veloci, efficienti, forti, a scapito dell’ascolto e della cura.
Eppure, è proprio in quei momenti che la gentilezza rivela la sua natura più autentica: non come debolezza, ma come scelta. Una scelta che richiede coraggio, lucidità e responsabilità.
La gentilezza non elimina le difficoltà, ma cambia il modo in cui le attraversiamo. Trasforma il conflitto in possibilità di dialogo, l’indifferenza in attenzione, la distanza in presenza. È un atto quotidiano, spesso silenzioso, che non cerca applausi ma lascia tracce.
Impegnarsi alla gentilezza significa accettare di non essere perfetti. Significa cadere e rialzarsi, imparare a chiedere scusa, riconoscere l’altro come essere umano prima ancora che come ruolo, opinione o funzione.
Nel 2026 proviamoci.
Proviamoci nei piccoli gesti: una parola scelta con cura, un tempo donato, uno sguardo che non giudica.
Proviamoci nelle relazioni, nel lavoro, nelle istituzioni, nella vita quotidiana.
Proviamoci anche quando sembra inutile, anche quando nessuno ci guarda.
Perché la gentilezza non cambia il mondo tutta in una volta, ma cambia il mondo di qualcuno. E a volte, questo è già tutto.
Che il 2026 sia allora segnato da questo impegno: semplice, imperfetto, umano.
Proviamoci. Ogni giorno.
Natalia Re



