NATALIA RE

La Stanchezza che ci riguarda Tutti

Siamo stanchi. Stanchi nel corpo e stanchi dentro. E dirlo non è una resa, è un atto di verità.
 
Viviamo in un tempo che ci chiede di essere sempre presenti, sempre reattivi, sempre forti. Un tempo che applaude la resistenza ma fatica a riconoscere la fatica. Così impariamo a stringere i denti, a minimizzare, a rispondere “tutto bene” anche quando il corpo rallenta e l’anima chiede tregua.
 
La stanchezza fisica non è solo mancanza di sonno. È accumulo. È il risultato di giornate dense, di responsabilità continue, di corpi che chiedono ascolto e ricevono silenzio. È una spalla che duole, un respiro corto, una tensione che non si scioglie.
 
La stanchezza emotiva è più silenziosa, ma non meno reale. È quella che nasce dal dover reggere troppo a lungo, dal prendersi cura senza sentirsi curati, dal trattenere parole e preoccupazioni per non appesantire gli altri. È l’affaticamento di chi sente molto e non sempre può dirlo.
 
A tutti noi vorrei dire questo: non siamo sbagliati perché siamo stanchi. Non siamo deboli. Siamo umani.
 
Riconoscere la stanchezza è il primo gesto di responsabilità verso noi stessi e verso la comunità. Perché persone sfinite diventano dure, distratte, talvolta ingiuste. Persone ascoltate e rispettate nella loro fatica diventano più gentili, più lucide, più presenti.
 
È tempo di cambiare linguaggio. Di smettere di glorificare l’instancabilità e iniziare a dare dignità alla pausa. Di creare spazi personali e collettivi in cui dire “sono stanco” non provochi imbarazzo ma generi cura.
 
Se sei stanco, fermati quando puoi. Se incontri qualcuno stanco, non giudicare: alleggerisci. Se guidi un gruppo, un’azienda, una famiglia, una comunità, ricordalo: prendersi cura della stanchezza è una forma alta di responsabilità.
 
Questo non è un invito a fare meno per disimpegno. È un’esortazione a fare meglio, partendo dal rispetto dei limiti.
 
Perché da corpi e cuori meno stanchi nasce un mondo più giusto. E anche più gentile.